Tavoli

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Quanto vale la Professione Analogica?

  • Cari Amici, Gentili Colleghi,
    Vi auguro Buon Week End.

    Un caro saluto.

    Angelo

    Prevedibili Disorientamenti e Lunghe Durate

    Angelo Luigi Camillo Ciribini, DICATAM, Università degli Studi di Brescia

    Il giorno 2 Febbraio 2016 prossimo venturo l’Ordine degli Architetti PPC della Provincia organizza a Milano, in Triennale, i cosiddetti Stati Generali, affrontando una serie di tematiche di indubbio interesse. Accanto alla Mostra sulla Architettura Italiana del secondo Novecento curata da Alberto Ferlenga e da Marco Biraghi, che suggerisce, entro il contesto del Paesaggio, nuove letture sia del grande dibattito architettonico legato all’Accademia sia di quello di una professionalità colta, più appartata da esso.
    Eppure, stranamente, eccettuato indirettamente il tavolo sui modelli organizzativi, poco o nulla si dice nel Programma dell’evento sulla Digitalizzazione, laddove, invece, CAE, AIA, BAK, CNOA, RIAI, RIBA, si stanno ponendo operativamente e seriamente il problema, che è epocale.
    Nel Regno Unito, Paul Morrell, all’interno dell’Edge Debate, ha sottolineato l’irrilevanza prospettica che il futuro potrebbe riservare agli Architetti.
    Non si sta qui parlando ovviamente solo degli strumenti del Computational Design o del Building Information Modeling (il BIM sta divenendo un acronimo abusato ed equivoco), bensì di una revisione profonda degli statuti professionali che la Digitalizzazione, più che causare, disvela e giunge al compimento.
    Per prima cosa, non sono tanto il palese sovraffollamento della Professione di Architetto in Italia, fonte di riflessioni a livello mondiale, o il dimezzamento delle immatricolazioni nelle Scuole di Architettura, fonte di stupore in ambito accademico, a rilevare, quanto la dimensione media e la multidisciplinarietà degli studi professionali, entrambe assai ridotte.
    Occorre, infatti, domandarsi come possano mai la «centralità», la «qualità», la «creatività», del progetto coesistere con condizioni che, agli occhi di un Committente Professionale o di un Finanziatore Istituzionale, apparirebbero come a elevato Rischio e a bassa Conoscenza.
    Ovviamente per la maggior parte dei Professionisti, e in particolare modo degli Architetti, il reddito medio e la quota di mercato potenziale riflettono una microprofessionalità con forti connotazioni procedurali e amministrative, assai lontana dalla dimensione eroica della figura umanistica di origine rinascimentale e forse non proprio distante da altre professionalità complementari di minori ambizioni culturali: oltre a tutto, in presenza di un eccesso di offerta di neo-laureati che alimenta una sorta di proletariato professionale esteso e di professionalismi pulviscolari che tengono assieme ragnatele debolissime di Professionisti e Artigiani Analogici.
    Se questa è la circostanza, drammatica, che accomuna molti Professionisti, non possono essere certo le tecnologie a risultare risolutive, che si tratti di CAD o di BIM.
    Ma la storia che ci narra la Digitalizzazione è affatto differente, è una storia che prevede la costituzione di modelli organizzativi innovativi e di formule contrattuali inusitate, basati su prodotti dalla natura inedita, che si tratti di nuova edificazione o, più probabilmente, di intervento sul costruito, a cui spesso le Rappresentanze Professionali appaiono sorde, esaltando una nozione di «creatività» forse ignara del cambiamento di paradigma in atto.
    Gli Objets Connectés e le Predictive Data Analytics ci suggeriscono che il prodotto immobiliare è destinato a mutare perché in esso le categorie prevalenti saranno quelle evolutive e telemetriche, perché il prodotto immobiliare, posto a sistema nel distretto urbano (ma la Connettività non ha limiti precisi), attiene sempre più ai Comportamenti e ai Servizi.
    Al World Ecomomic Forum di Davos si è potuto leggere la seguente affermazione: «Engineers, designers, and architects are combining computational design, additive manufacturing, materials engineering, and synthetic biology to pioneer a symbiosis between microorganisms, our bodies, the products we consume, and even the buildings we inhabit».
    Viene da domandarsi: ha senso parlare di «bella e buona architettura» a fronte di una simile prospettiva?
    Questo prodotto immobiliare, infatti, si gioca sul Ciclo di Vita, seguendo modalità differenti, trasformative, di utilizzo da parte degli Occupanti.
    Per prima cosa, se si guarda ai temi che saranno trattati nei Gruppi di Lavoro di EDUBIM, il sistema universitario francese che si occupa di Digitalizzazione nelle Scuole di Architettura e di Ingegneria, si può constatare che le tematiche più diffuse, oltre alla certificazione dei nuovi profili professionali digitali, sono il Geospatial e il Workflow Engineering.
    Questo prodotto immobiliare, appunto, stratificato, versatile, connesso, non può che nascere da un assetto organizzativo in cui viga il lavoro collaborativo tra saperi assai diversi tra loro e in cui le modalità integrative siano obbligate.
    Tutti nel Mondo richiedono prioritariamente queste attitudini, non le competenze strumentali: è ciò che si impara nelle Scuole e che si insegna negli Studi?
    E si badi bene: al di là del fatto che non vi è Studio o Società di Architettura a livello internazionale che non sia dotato di accurati flussi di lavoro digitali, stiamo parlando di quelle Consultancy, di quelle Knowledge-Based Organization cui abbiamo rinunciato con la fine di Italstat, Fiat Engineering, SNAM Progetti.
    Possiamo pensare, del resto, davvero di poter dirimere l’As A Service con miriadi di monadi professionali scollegate e separate?
    Possiamo seriamente credere che la Progettazione possa alimentarsi solo di una Progettualità tradizionale, circoscritta a Entità che vorrebbero delegare e posticipare Costruibilità e Operazionalità, i valori fondanti, morfogenetici, del nuovo prodotto immobiliare?
    La Digitalizzazione porta, peraltro, con sé una accresciuta corresponsabilità dei singoli «Liberi» Professionisti, sino alla soglia della imprenditività, li vincola a Committenti sempre più Data-Driven, avvicina il Design alla Commodity: leggiamo, per favore, Architect as a Worker di Peggy Deamer o The Death of Drawing di David Ross Scheer o Data-Driven Design and Construction di Randy Deutsch o The Alphabet and the Algorithm di Mario Carpo. Valgono più di mille crediti formativi!
    Come sosteneva Paul Morrell, il grande artefice della Digitalizzazione delle Costruzioni nel Regno Unito nel 2011, la posta in gioco per i Professionisti è immensa, addirittura esistenziale.
    Anche allorché si voglia attestarsi su una concezione tradizionale del mestiere, la semi-automazione dei percorsi autorizzativi cancellerà un indotto di Professionalismo Amministrativo oggi cospicuo, le combinatorie computazionali sostituiranno tanti mediocri Progettisti.
    Al contempo, però, il File-To-Factory offre ai Progettisti nuove ipotesi e nuove possibilità, anche nell’intervento sul costruito, di carattere imprenditivo, prossimo alla relazione tra Rischio e Conoscenza, tra Prestazionalità degli Edifici e Funzionalità dei Servizi e degli Stili di Vita.
    Abbiamo ancora voglia di sostenere che la Digitalizzazione si risolva nelle tecnologie relative al BIM, capaci miracolosamente di efficientare i processi tradizionali, ma, al contempo, tutto sommato, marginali nei confronti della «libertà ideativa»?
    Non è, invece, che quella «fantasia» tanto agognata non sia troppo spesso irresponsabile di fronte alle mutate esigenze e ai saperi che le prime sottendono? Non è che Experiencing, Immersion, Optioneering, Simulation, ci spieghino che la «bellezza» ha cambiato indirizzo?
    Behavioural e Cognitive non sono di casa solo al MIT o affini, ma anche presso IBM e simili, lo sono anche in Autodesk e in Saint-Gobain.
    Life-Styled in Italy potrebbe essere un brand per un Sistema della Concezione Geo-Spaziale dell’Abitare.
    Un Sistema, non per nulla: il Nostro?

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