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Professione e Digitalizzazione

  • La Professione di Architetto e la Digitalizzazione del Settore delle Costruzioni

    Angelo Luigi Camillo Ciribini, DICATAM, Università degli Studi di Brescia

    L’ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Milano organizza lodevolmente il 2 Febbraio 2016 un evento, cosiddetto degli Stati Generali, in cui correttamente si affronta, in uno specifico tavolo tematico, la questione dei Modelli Organizzativi, a cui probabilmente si può ricondurre il tema della Digitalizzazione, di per se stesso non esplicitato autonomamente.

    Come premessa, l’Ordine, uno dei maggiori in Italia, fornisce alcuni dati:

    Chi sono i 12.000 iscritti all’Ordine degli architetti di Milano? L’80% di loro sono liberi professionisti, una stragrande maggioranza a partita iva.
    Il 6% sono dipendenti pubblici, il 10% dipendente di privati, il 4% facente parte di team di associati.
    Si distribuiscono in fasce di età che vanno dai 25 anni oltre i 70: il 6% fino a 30 anni, il 23% dai 30 ai 40 anni, il 38% dai 40 ai 50 anni, il 19% dai 50 ai 60 anni, il 9% dai 60 ai 70, il 5% oltre i 70 anni.
    Mission dell’attuale consiglio dell’OAM, in carica da fine 2013, è porsi al servizio dei consumatori di architettura – professionisti, cittadini e istituzioni – favorendo la buona progettazione quale contributo primario alla qualità della vita in ambito abitativo, urbanistico, territoriale e paesaggistico.

    Si vuole, in questa sede, provare a proporre alcuni elementi di riflessione che contengano naturalmente spunti provocatori, in modo tale da sollecitare un dialogo e una dialettica.

    Per prima cosa, occorre menzionare un passo tratto da un recente intervento di Marco Biraghi, che ha fornito le più autorevoli ricostruzioni dell’architettura italiana contemporanea (da ultimo, assieme ad Alberto Ferlenga per La Triennale, così come per i tipi di Einaudi in precedenza) scritto a proposito di Manfredo Tafuri:

    Una storia critica continua a essere importante perché – cone si è detto – gli obiettivi che si prefigge sono ancora tutti da raggiungere. Gli ambiti di ricerca di una storia così concepita, quindi, dovrebbero essere quelli più strutturali allo sviluppo capitalistico dentro al quale ci troviamo tuttora. Per esemplificare, essi potrebbero riguardare: la questione dei modi di produzione contemporanea dell’architettura; la questione dell’architettura come attività concreta che si compie all’interno degli studi (un lavoro spesso sfruttato, tra l’altro); gli effetti dello sviluppo capitalistico sull’architettura, ovvero il divenire astratto del lavoro di architettura (un lavoro parcellizzato come in una catena di montaggio, esattamente come quello delle fabbriche operaie); la questione del ruolo dell’architetto nel processo produttivo dell’architettura (un ruolo a sua volta parcellizzato). E ancora: la questione della progressiva reificazione dell’architettura, o di ciò che ancora ci ostiniamo a chiamare in questo modo, che non soltanto si trasforma in “cosa”, sottoposta com’è alle medesime leggi della mercificazione degli altri prodotti all’interno dell’economia capitalista, ma esattamente come le altre merci diviene evanescente, facendosi immagine.

    Si tratta di un aspetto decisivo, tenendo in conto la straordinaria proliferazione delle sedi universitarie e l’eccezionale ammontare degli Architetti Italiani, che ha sollecitato, nel 2015, l’attenzione del New York Times.
    Ciò che, tuttavia, appare saliente nelle espressioni dello storico del Politecnico di Milano è una sostanziale convergenza con le tesi espresse recentemente da Peggy Deamer, che insegna a Yale University, nella curatela del suo ultimo saggio dedicato a Architect as a Worker.
    La Deamer, peraltro, aveva partecipato, nel corso dell’ultima La Biennale a un Panel, a cui ero stato invitato, organizzato da Autodesk, con Phillip Bernstein, Patrick MacLeamy e Mario Carpo, non a caso recentemente trasferitosi dagli Stati Uniti alla Bartlett School, presso UCL, che rappresenta oggi, assieme a University of Cambridge, il think tank da cui attingono gli strateghi della Digital Built Britain.
    Di fatto, tra Accademia (Yale e Harvard, in primo luogo) e AIA, nella East Coast, nell’ultimo lustro, una serie di studiosi della Cultura Architettonica, tra cui Phillip Bernstein, Peggy Deamer, Randy Deutsch, David Garber, Scott Marble, Antoine Picon, David Ross Scheer, ha investigato con grande attenzione il ruolo della Digitalizzazione, della Simulazione e della Prestazionalità quali determinanti di una cesura epistemologica profonda che avrebbe riguardato lo statuto rinascimentale, albertiano e vasariano, dell’Architetto.
    Non che, peraltro, nella West Coast, tra Stanford University e USC, Martin Fischer o Karen Kensek non abbiano esaminato con attenzione tematiche affini.
    Contestualmente, nel Regno Unito, in particolare Jennifer Whyte, nell’ambito dell’Economia della Conoscenza e all’interno di una vasta comunità scientifica di matrice tedesca e scandinava, ha indagato il Professionalismo Digitale, dapprima a Salford University, poi a Reading University e, infine, a Imperial College (completando un percorso che da lì era iniziato con David Gann).
    Da ultimo, sotto un profilo di altra natura, ACE ha costituito un Working Group sul Building Information Modeling assai attivo (meno per la parte riferita a CNAPPC) a livello europeo, da cui si attende in Primavera un Position Paper, e che, in definitiva, riassume le posizioni diversificate che, ad esempio, BAK, CNOA, RIAI, RIBA hanno assunto di fronte ai propri rispettivi mandati governativi.

    Proviamo, dunque, dapprima a grossolanamente riassumere gli asserti basilari che si possono trarre dalla letteratura nordamericana, sia pure con notevoli semplificazioni:
    1) l’effetto congiunto del Building Information Modeling e del Computational Design ha destituito la Rappresentazione a favore della Simulazione, compromettendo così uno statuto architettonico rinascimentale che alla prima categoria si richiamava, evocando la figura del Digital Master Builder e la sua facoltà di interagire direttamente con la Produzione File-To-Factory tramite Digital Fabrication e Additive Manufacturing;
    2) la Simulazione consente di estendere la comprensione del Progetto al di fuori di un gergo specialistico, ampliando gli orizzonti dell’Autorialità e costringendo l’Architetto ad anticipare le principali scelte progettuali, con ciò dovendosi avvalere dei saperi detenuti dagli altri Stakeholder, attenuando la sua Eroicità e ampliando la sua Contendibilità. Tale ipotesi, più che a rimandare alla versione collegiale proposta da Carlo Ratti (a cui, stante la distanza corta tra MIT e Harvard non appare insensibile il Picon), evoca una dislocazione semantica del ruolo di integratore dell’Architetto.
    3) la Prestazionalità, oggi simulabile, appunto, molto più facilmente che non in passato, conduce inevitabilmente l’Architetto a rispondere non più dei mezzi, bensì dei risultati, con ciò determinandone un carattere imprenditivo, legato al Rischio, ma anche alla Conoscenza, e favorendo, in base a quest’ultimo elemento, processi aggregativi, di carattere dimensionale, e attitudini collaborative, di carattere disciplinare: la querelle che ha coinvolto Il Sole 24 Ore, Massimiliano Fuksas e AI Engineering a proposito di un edificio ecclesiale è anedottica, ma non solamente;
    4) la completa Digitalizzazione del Processo di Progettazione, includente i Digital Sketch e i Digital Mock Up, favorisce la diffusione della Workflow Engineering (si veda, tra gli altri, Flux, ma anche l’applicativo FormIt di Autodesk), non senza suscitare un interessante dibattito sulla circolarità dei processi iterativi degli Architetti, bene evidenziati dai BIM Manager di Herzog & De Meuron, ma pure di BIG e di RPBW.

    A queste considerazioni occorre aggiungere come si stia formando, a livello internazionale, una nuova generazione di Committenti, nella General Construction, così come nella Civil Engineering, come Cognicity o High Speed Two, che possiede una Spatialized Intelligence, intravedendo nei Servitized Built Asset una inedita accezione dei prodotti immobiliari e infrastrutturali nell’Era della Connessione, instaurando un ideale punto di incontro sull’Eco-Sistema Digitale tra, da un lato, Autodesk, Bentley, Nemetscheck, Trimble e, dall’altro, Apple, Bosch, Cisco, Google, IBM, Intel, Microsoft, Siemens e molti altri.

    Se, infine, da un lato, i quadri contrattuali transazionali più avanzati, se non, persino, quelli quasi relazionali, assieme a una logica finanziaria che prevede l’investimento esteso a una parte del Ciclo di Vita del Manufatto, forzano la diffusione della Risk Mitigation, imponendo Knowledge-Based Organization, del tutto incompatibili con la polverizzazione dimensionale, è da rilevare, inoltre, che la Digitalizzazione della Progettazione sempre meno viene a coincidere con la Smart Geometry, che è stata cifra caratterizzante di realtà come Frank Gehry Partners o di Zaha Hadid Architects.
    In altri termini, il Parametricsim diviene meno Ornamentalist.
    La cosiddetta Morfogenesi del Progetto (si veda l’impostazione organizzativa della Digitalizzazione di Foster Associates) verte, in effetti, sempre maggiormente, infatti, sull’Optioneering e sul Behavioural Modeling.
    Nel primo caso, la Gestione delle Alternative implica un approccio probabilistico e computazionale alla Progettazione che non solo consente di tenere il più lungo possibile aperte le Opzioni Progettuali (si veda il caso di Arup con l’acceleratore nucleare al CERN), ma, in particolare modo, permette di rintracciarne alcune, scartate in precedenza, nel corso della Vita Utile del Cespite.
    Nel secondo caso, la centralità dell’aspetto comportamentale, dovuto al peso degli User nei Performance-Based Contract e della Occupancy nelle Operation, fa sì che si diffondano sempre più dispositivi immersivi indossabili o meno, come dimostra l’Experiencing Design di CORE Thornton Tomasetti o i numerosi CAVE.

    Si parte, quindi, dalla rivisitazione dei Prodotti Immobiliari e Infrastrutturali, legati a una erogazione geolocalizzata di servizi individualizzati ed evolutivi alle persone e dalle logiche legali e finanziarie per comprendere come l’identità, il ruolo, lo statuto e la responsabilità dell’Architetto siano destinati a mutare in un contesto in cui il Data-Driven Process è Client/Owner-Centred e, dunque, è del tutto Operational e Servitized.
    Si noti, da ultimo, come Manifattori, quali Saint-Gobain, producano termostati capaci di autoapprendere dai comportamenti degli abitanti (QiVivo: oltre al più famoso Nest della Google), ma, soprattutto, che IBM studia il concept di un componente non impiantistico multifunzionale dotati di micro-sensori capaci di trasformare l’Oggetto da assemblare puntualmente in sito in un dispositivo atto all’erogazione di un Servizio nella Vita Utile. Non per nulla, il Disegno e la Rappresentazione dell’Oggetto cedono terreno alla Topografia Digitale e alla Geo-localizzazione: People Mapping & Tracking, Crowd Simulation.
    Ciò non rende immune il Prodotto e il Processo dell’Architettura, ma, in base a una centralità della Spazialità, simulabile, certo, ma anche flessibile, influisce pure sulle Forme e sui Contenuti dell’Architettura stessa. E lo fa all’incrocio tra Cyber e Scientent, al crocevia fra Sensoristica e Sensorialità.


    Prof. Arch. Angelo Ciribini
    DICATAM, Università degli Studi di Brescia
    Via Branze 43
    25123 Brescia BS
    Telefono 030 3711229
    Fax 030 3711312

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