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Perché agli architetti piace il gioco d'azzardo?

  • Piccolo, interessante scritto di Willi Froetscher sul ruolo e sul senso del concorso di progettazione, originariamente pubblicato su AAA architetticercasi 2008 – Nuove forme progettuali per la residenza cooperativa, Allemandi, Torino, 2009.

    All’annuncio “AAA – Architetti Cercasi” non si doveva rispondere né con una domanda di assunzione, né con un curriculum vitae e neppure con una raccomandazione. No, era richiesta una visione architettonica per l’edificazione di un lotto specifico nella periferia milanese. Bisognava dunque dimostrare la propria qualifica tramite una proposta concreta sotto forma di un elaborato di concorso da consegnare in forma anonima. La chiamata ad affrontare un concorso, proclamata con coraggio da Federabitazione Confcooperative Lombardia, rivolta a giovani architetti emergenti, ha avuto una risposta da 69 gruppi. Ciascun gruppo ha sviluppato idee, ragionamenti e strategie per il lotto in concorso, caratterizzato da un complesso contesto urbanistico, tra quartiere periferico residenziale e area industriale. A partire da queste premesse ogni gruppo ha elaborando un progetto, più o meno definito e maturo, con un dispendio che potremmo quantificare – con una stima prudente – in 300-400 ore di lavoro. Moltiplicando questo tempo per i costi che un im- prenditore calcola per un artigiano, otteniamo un volume d’investimento di almeno 12.000-16.000 Euro a gruppo, che moltiplicato per i 69 gruppi, ci porta a stimare in 0,8-1,1 milioni di Euro il volume di investimento che i giovani architetti hanno apportato a questo processo. È un grande successo per Federabitazione, ma anche una grande responsabilità per la giuria incaricata di selezionare tra le proposte pervenute la più appropriata.

    Qual è la motivazione che spinge a bandire un concorso? Una risposta si trova nel “Rapporto austriaco 2006 sulla Cultura edilizia”, in un articolo di Walter M. Chramosta e Johannes S. Schnitzer che tratta dei principi di assegnazione dei lavori di progettazione: “Il Premio Nobel Friedrich A. von Hayek, economista e filosofo, ha fatto alcune osservazioni riguardo alla concorrenza come processo conoscitivo (in Conoscenza, mercato e pianificazione, Bologna 1988) che sono applicabili anche ai concorsi di progettazione. La concorrenza è ‘considerata sistematicamente come un processo per scoprire fatti che senza la sua esistenza rimarrebbero ignoti oppure non sarebbero utilizzati’. L’eccezionalità della concorrenza (e quindi del concorso) è la compresenza di due tipi di sapere: quello istituzionale, che è memorizzato in enti, statistiche e leggi, e quello non aggregabile, che è solo a disposizione degli individui. Si tratta quindi dell’unico procedimento noto che rende utilizzabile per la comunità il sapere e l’abilità di un dato gruppo di persone. Questo tipo di processo è definito da Hayek tramite cinque caratteristiche: i suoi risultati non sono predicibili, non sono consapevolmente perseguibili, costituiscono un ordine spontaneo, non sono verificabili empiricamente riguardo la loro efficienza e, infine, il processo stesso aumenta la possibilità che vengano soddisfatte le aspetta- tive esistenti, qualunque esse siano. Un concorso ‘deve essere visto come un processo dove gli uo- mini acquisiscono e condividono sapere’”.
    In questa prospettiva, il concorso genera nuovo sapere e attraverso il suo stesso processo ne aiuta l’emersione. Se tutti gli attori agiscono coscienti di queste premesse, allora si può sperare in un processo efficace. Il valore aggiunto decisivo dell’imprevisto è quindi lo scopo del concorso, valore che ha delle qualità che vengono ogni volta ri-definite. Questi risultati non possono evidentemente essere raggiunti tramite una gara d’appalto a base dell’ammontare della parcella.
    Qual è la motivazione che spinge a partecipare a un concorso?
    Parlando per esperienza personale, a parte la fascinazione del tema, ci deve essere data la percezione che il procedimento sarà svolto secondo principi di correttezza, obiettività e trasparenza, mantenendo l’anonimato dei partecipanti. In principio partecipiamo per vincere e di conseguenza per costruire ciò che abbiamo progettato, ma dal punto di vista economico agiamo irrazionalmente, considerato la posta in gioco e l’elevata probabilità di non vincere (qui per esempio 1 a 69). Ciò nonostante non si tratta di “architettura per amore dell’arte”: il processo di progettazione nell’ambito di un concorso, paragonato con il processo del costruire, concede maggiore autonomia, offre spazio per un esercizio architettonico nel quale possono essere elaborati principi e criteri di linguaggio e dove tesi concettuali vengono verificate nella loro realizzabilità. Il concorso ci offre la possibilità di esplorare a fondo il nostro potenzia- le creativo e, in caso di vittoria, di guadagnare legittimità per il progetto e autorità come progettisti – ossia capitale sociale per la nostra attività di architetti – e ciò ha grande attrattiva.
    La partecipazione per uno studio è però tollerabile per la sua stessa esistenza solamente se contem- poraneamente vengono eseguiti incarichi progettuali che forniscono le entrate necessarie a finanziarne la partecipazione. Nella nostra esperienza professionale partiamo da una stima della nostra possibilità di vincere di 1:8. Economicamente questa è per noi una passeggiata sull’orlo del abisso e in questo contesto ci preoccupa che sempre più spesso l’aggiudicarsi il primo premio di un concorso non porti con certezza alla realizzazione dell’opera.

    Dopo la chiusura di questo concorso ed in lieta at- tesa del prossimo passo, ebbene diciamo: AAA – Habemus Architectos 2008.

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