Tavoli

Questo argomento contiene 4 risposte, ha 5 partecipanti, ed è stato aggiornato da  vinvella 1 anno, 9 mesi fa.

Esiste un Brand dell'architettura Italiana o Milanese

  • Riceviamo e pubblichiamo da Franco Raggi

    Nel programma sintetico esposto sul sito, vogliamo esporre e discutere la questione dell’architetto come “brand”. Nella evoluzione della professione degli ultimi anni la figura dell’architetto si è trasformata collocandosi in posizioni diverse rispetto all’immaginario collettivo, alla Committenza (italiana ed estera) e alle necessità di coprire ruoli e livelli intermedi di gestione pubblica del progetto architettonico ed urbano.
    Dall’Archistar planetaria alla gestione del quotidiano professionale rapporto diffuso sul territorio, la questione della qualità del progetto e della necessità di un riconoscimento/ricostruzione del ruolo culturale ed estetico della nostra professione è vitale. Ci riferiamo non solo ai livelli della mega architettura mediatica ma anche a quelli della qualità diffusa sia nell’urbano che nell’extraurbano.
    Porremo alcune questioni:
    – L’architettura e la professione possono imporsi come un Brand qualitativo? (come nella moda e nel design)
    – Quali le strategie per proporre alla competenza la priorità civile del progetto di qualità?
    – Esiste un brand dell’architetto Italiano vendibile anche al di fuori del territori nazionale.?
    – Quali strumenti e strategie di comunicazione si possono usare a questo scopo e come strutture professionali di successo già lo fanno?
    – Come si struttura agisce e con quali strategie uno studio di professionisti giovani per promuovere anche in sinergia con studi di altri giovani all’estero il proprio lavoro e la propria immagine.
    – Quali sinergie con la struttura pubblica si possono perseguire per raggiungere questi obiettivi?
    – Quali strategie nella comunicazione di settore (le riviste)?

    Secondo me uno dei problemi maggiori è la imprecisa (per usare un eufemismo) immagine che l’opinione pubblica ha di noi e della nostra professione.
    Riporto di seguito un intervento che ho postato per il dibattito del Tavolo 1 e che illustra compiutamente cosa intendo:
    “Ho sempre avuto la sensazione che la gente comune non abbia una idea chiara di cosa sia la professione di Architetto. I dialoghi che ogni volta tento di intavolare anche con le persone che in teoria dovrebbero essere sufficientemente informate tendono sempre a confermarmi che l’immaginario collettivo vede gli Architetti come “ideatori”, legati più alla idea di creare piuttosto che all’idea di “fare vivere” (che significa ideare, concepire, far nascere e poi accompagnare il/i manufatto/i nella sua/loro vita in modo che sia la più lunga possibile).
    Ho sempre pensato che la nostra professione sia assolutamente necessaria poiché è molto simile a quella che il medico generico svolge nei confronti dei cittadini. Tutti i manufatti – seguendo il loro percorso completo di vita – vengono ideati, concepiti, costruiti e manutenuti, e noi siamo (o dovremmo essere) lì per garantire la loro salute, dalla nascita alla fine della loro vita.
    Come il medico generico, sappiamo quali esami effettuare e quali specialisti coinvolgere a seconda delle problematiche da risolvere e siamo in grado di comprendere e parlare tutti i diversi linguaggi specialistici garantendo il coordinamento e la visione di insieme che altrimenti risulterebbe impossibile.
    Tutto questo la gente comune purtroppo (per noi) non lo sa. Mi domando se non sia il caso di raccontarci all’opinione pubblica in modo più semplice e alla portata di tutti.”

    Grazie per l’attenzione.

    Concordo con Luca Padovano. “Ah! Fai l’architetto? …arredamento?… progetti anche le case? Pensavo i geometri! Al catasto?… credevo i geometri? Per il Tribunale? Ah! Ritenevo fossero ingegneri! I ponti no peró”… No, i ponti no!

    E non ditelo a me che sono donna ed anche di una certa età: donna, allora fai l’arredamento delle case! ed io: “no, progetto palazzi, uffici, piazze!”
    E fai anche la Direzione dei Lavori? Rispondo: all’universtà non mi hanno fatto lo sconto sugli esami di Scienze delle Costruzioni, tecniche e tecnologie varie.
    Ma sono frasi banali, perché la gente riduce sempre il lavoro degli altri ai minimi termini. Ma finché ci sarà un CoContest che con 200€ ti fa avere 10 progetti/ideazioni con relativi rendering, io la vedo dura. Ma non è solo una questione di soldi, è una questione di sfruttamento intellettuale che purtroppo incide sulla nostra immagine e utilità.

    • Questa risposta è stata modificata 1 anno, 9 mesi fa da  sarsdue.

    Mi perdonerete se faccio un copia/incolla di quanto ho postato nel Tavolo sul valore dell’essere architetto però mi pare che quanto scrivo sia coerente con le domande che pone Franco Raggi nel primo intervento anche in relazione ad un auspicabile valore di brand dell’Architettura italiana, che a mio parere si può riconoscere solo a singoli professionisti e per nulla ad un sistema o scuola italiana.
    C’entra con il valore che viene o non viene riconosciuto alla nostra professione.

    “Come sempre,le cose hanno valore se qualcuno glielo riconosce.
    Quella dell’Architetto che é una professione intellettuale per eccellenza, dovrebbe modulare proposte e dare risposte alle istanze della Comunità o di un singolo committente attraverso il suo sapere interdisciplinare.
    Il carattere di rilievo per gli interessi della Comunità, dei temi che affronta, pongono il professionista in un ruolo utile per la cosa pubblica.
    L’impressione è che sempre meno la Comunità richieda questi requisiti al Professionista.
    Che si tratti di committenza pubblica o privata, grandi opere o piccole opere, lo scopo principale per il quale ci si rivolge ad un architetto è per la maggior parte indirizzato a dirimere questioni amministrative e normative per il raggiungimento degli obbiettivi “dell’impresa” del committente.
    L’aspetto di speculazione filosofica insito nel sapere dell’architetto, gioca un ruolo minoritario e di secondo ordine anche se è ancora quello che distingue, qualche volta, i nostri risultati da quelli di ingegneri e geometri.
    Parlo, naturalmente pensando al numero preponderante dei colleghi ed escludendo quindi i professionisti più famosi che salvo alcune ormai rare eccezioni di capaci professionisti, vengono commissionati quasi esclusivamente per le loro potenzialità di comunicazione mediatica, per quanto riguarda i grandi progetti o perché detentori di una griffe per quelli minori.
    Si tratta a mio parere di uno scollamento che si è verificato innanzitutto con le nostre Comunità di relazione alle quali non siamo stati in grado di comunicare la nostra utilità di sapienti mediatori interdisciplinari.
    Metto assieme i “…graditi ospiti dei nostri architetti a pranzo e cena…” di Aiazzone, della prima metà degli anni’80, dove il ruolo degli architetti era assimilato e veicolato come geisha del mobilificio, con il numero sproporzionato (in qualsiasi confronto mondiale) di coloro che a partire da quegli anni si sono avventurati nella professione, in una congiuntura nazionale che peraltro non funzionava premiando i meriti e le capacità professionali.
    Volendo fare una eccessiva, ingiusta ma necessaria sintesi, l’effetto che si è verificato è un professionista al quale si possono richiedere sconti e disponibilità né più né meno che in capo a qualsiasi altra transazione commerciale.
    In questa scontistica si è scontata la capacità di ricerca e di mediazione interdisciplinare.
    Il valore della professione di Architetto, dal momento che noi siamo sicuri che esista, deve essere rifondato a causa di una demolizione che si protrae da quasi 40 anni.

    Se i nostri giovani professionisti, che agirebbero con grande umiltà e qualche piccolo investimento, fossero incentivati con un programma di ricerca nazionale che preveda il monitoraggio dei nostri centri storici minori oppure il rinnovamento del patrimonio immobiliare, orrendo e obsoleto, delle nostre aree metropolitane forse, persino in un decennio, saremmo in grado di rivedere professionisti capaci di confrontarsi con i grandi temi del fare Architettura ed in grado di proporre anziché supinamente corrispondere.”
    Grazie per la pazienza.

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