Tavoli

Questo argomento contiene 7 risposte, ha 5 partecipanti, ed è stato aggiornato da  vinvella 1 anno, 7 mesi fa.

come comunicare a tutti il valore della professione di Architetto

  • Ho sempre avuto la sensazione che la gente comune non abbia una idea chiara di cosa sia la professione di Architetto. I dialoghi che ogni volta tento di intavolare anche con le persone che in teoria dovrebbero essere sufficientemente informate tendono sempre a confermarmi che l’immaginario collettivo vede gli Architetti come “ideatori”, legati più alla idea di creare piuttosto che all’idea di “fare vivere” (che significa ideare, concepire, far nascere e poi accompagnare il/i manufatto/i nella sua/loro vita in modo che sia la più lunga possibile).
    Ho sempre pensato che la nostra professione sia assolutamente necessaria poiché è molto simile a quella che il medico generico svolge nei confronti dei cittadini. Tutti i manufatti – seguendo il loro percorso completo di vita – vengono ideati, concepiti, costruiti e manutenuti, e noi siamo (o dovremmo essere) lì per garantire la loro salute, dalla nascita alla fine della loro vita.
    Come il medico generico, sappiamo quali esami effettuare e quali specialisti coinvolgere a seconda delle problematiche da risolvere e siamo in grado di comprendere e parlare tutti i diversi linguaggi specialistici garantendo il coordinamento e la visione di insieme che altrimenti risulterebbe impossibile.
    Tutto questo la gente comune purtroppo (per noi) non lo sa. Mi domando se non sia il caso di raccontarci all’opinione pubblica in modo più semplice e alla portata di tutti.
    Grazie per l’attenzione.

    Sorprendentemente, ritrovo il concetto che ho sempre sostenuto “l’architetto di base”, che, a differenza del medico, non esiste. Tecnici che, come il medico, siano convenzionati per trattare e rispondere al cittadino sugli argomenti sopra citati da Luca Padovano. Anche perché a chi non è mai successo che un amico o un conoscete, gli si sia rivolto con premesse del tipo “scusa, dato che sei architetto… cosa si deve fare, cosa potrebbe essere, come faccio…” come se la risposta fosse nel contempo di pregio, ma per la quale non si intenda riconoscere alcun valore. Tipico no?

    Rispetto a quando ho iniziato a fare l’architetto, più di 30 anni fa!, oggi mi sembra che ci sia più confusione per i ruoli di architetto, ingegnere e geometra. Almeno così mi sembra o lo percepisco io. Anche i tentativi da parte dei geometri di creare il “supergeometra” o di creare la “laurea di geometra” (notizia che ho letto ieri), non aiuta anzi confonde le persone sulle competenze professionali di ciascuna categoria.
    Credo che il dibattito su cosa siamo ciascuno di noi o dovremmo essere, dovrebbe comprendere un confronto chiaro tra le rispettive categorie di architetti, ingegneri e geometri. Invece è tutto un tirarsi la coperta da un lato o da un altro.

    Essendo anche tu di antica 🙂 formazione, bisogna aggiungere che un po’ siamo stati noi stessi artefici di questo: ho messo piede in facoltà nel 1980 e ne uscii nel 1985… sembrava che l’architetto fosse il detentore dello scibile umano racchiudibile nell’assunto “dallo spillo alla Soyuz”. Un po’ multipurpose, o quantomeno è quello che si respirava in quegli anni, magari in altre cerchie regnava maggior pragmatismo.

    EugenioML ti dò ragione: gli architetti si sono sempre comportati come persone “sopra le righe”, anche per l’origine da un fianco dell’Accademia delle Belle Arti da cui è nata la nostra facoltà. Poi ci sono le “Archistar” che stanno in un altro mondo e possono progettare qualsiasi abominio, ma loro sono superstar!
    L’esempio che invece sta portando avanti Renzo Piano, con il suo progetto nelle periferie, deve essere un esempio per noi ma soprattutto per le Amministrazioni pubbliche,
    In tal senso condividuo l’idea dell’architetto di base, come indichi tu, come se fosse il “medico di base”: secondo me bisognerebbe lavorare anche in questa direzione.
    Ho esperienze nel campo dell'”architettura partecipata” dove noi architetti lavoravamo nei quartieri a fianco di psicologi, sociologi, per rispondere alle esigenze e domande delle persone. Ecco noi dovremmo anche ripartire da lì.

    Leggendo un post precedente rispondo che anche i cantanti, gli stilisti, i cuochi, ecc possono essere sopra le righe….chiunque svolga un lavoro creativo può essere un po’ sopra le righe, ma noi siamo anche tecnica e funzionalità.
    Utilitas, firmitas e venustas!
    Purtroppo diamo per scontato che chi non conosce tutte le dinamiche del nostro lavoro possa sapere e comprendere appieno il nostro mestiere.
    Prima dei reality sulla cucina i cuochi erano considerati dei semplici “preparatori di cibo”, adesso gli spettatori televisivi dopo avere conosciuto anche quanta passione, professionalità, creatività ed emozione ci siano dietro un apparente lavoro normale vogliono diventare tutti diventare chef.
    Dobbiamo saper trasmettere anche noi la bellezza e la tecnica del nostro lavoro. Ci cercheranno con meno titubanza e diffidenza…e non perchè costretti da normative a rivolgersi ad un architetto!

    Secondo me il valore della nostra professione si comunica con i fatti: vedere bellissimi risultati come piazza Gae Aulenti, il “giardino verticale”, ma la stessa EXPO, sono fatti concreti. Sarebbe utile verificare con un sondaggio cosa ne pensa la gente degli architetti dopo queste realizzazioni, se la loro opinione è cambiata.
    E la nostra professione dovrebbe ripartire da lì, da grandi progetti per la gente, dalla riqualificazione urbana delle periferie, con il coinvolgimento della gente e grandi dibattiti non tra pochi eletti, ma a fianco della gente.
    Se non si farà questo il senso stesso della nostra professione andrà perso.

    Come sempre,le cose hanno valore se qualcuno glielo riconosce.
    Quella dell’Architetto che é una professione intellettuale per eccellenza, dovrebbe modulare proposte e dare risposte alle istanze della Comunità o di un singolo committente attraverso il suo sapere interdisciplinare.
    Il carattere di rilievo per gli interessi della Comunità, dei temi che affronta, pongono il professionista in un ruolo utile per la cosa pubblica.
    L’impressione è che sempre meno la Comunità richieda questi requisiti al Professionista.
    Che si tratti di committenza pubblica o privata, grandi opere o piccole opere, lo scopo principale per il quale ci si rivolge ad un architetto è per la maggior parte indirizzato a dirimere questioni amministrative e normative per il raggiungimento degli obbiettivi “dell’impresa” del committente.
    L’aspetto di speculazione filosofica insito nel sapere dell’architetto, gioca un ruolo minoritario e di secondo ordine anche se è ancora quello che distingue, qualche volta, i nostri risultati da quelli di ingegneri e geometri.
    Parlo, naturalmente pensando al numero preponderante dei colleghi ed escludendo quindi i professionisti più famosi che salvo alcune ormai rare eccezioni di capaci professionisti, vengono commissionati quasi esclusivamente per le loro potenzialità di comunicazione mediatica, per quanto riguarda i grandi progetti o perché detentori di una griffe per quelli minori.
    Si tratta a mio parere di uno scollamento che si è verificato innanzitutto con le nostre Comunità di relazione alle quali non siamo stati in grado di comunicare la nostra utilità di sapienti mediatori interdisciplinari.
    Metto assieme i “…graditi ospiti dei nostri architetti a pranzo e cena…” di Aiazzone, della prima metà degli anni’80, dove il ruolo degli architetti era assimilato e veicolato come geisha del mobilificio, con il numero sproporzionato (in qualsiasi confronto mondiale) di coloro che a partire da quegli anni si sono avventurati nella professione, in una congiuntura nazionale che peraltro non funzionava premiando i meriti e le capacità professionali.
    Volendo fare una eccessiva, ingiusta ma necessaria sintesi, l’effetto che si è verificato è un professionista al quale si possono richiedere sconti e disponibilità né più né meno che in capo a qualsiasi altra transazione commerciale.
    I questa scontistica si è scontata la capacità di ricerca e di mediazione interdisciplinare.
    Il valore della professione di Architetto, dal momento che noi siamo sicuri che esista, deve essere rifondato a causa di una demolizione che si protrae da quasi 40 anni.

    Se i nostri giovani professionisti, che agirebbero con grande umiltà e qualche piccolo investimento, fossero incentivati con un programma di ricerca nazionale che preveda il monitoraggio dei nostri centri storici minori oppure il rinnovamento del patrimonio immobiliare, orrendo e obsoleto, delle nostre aree metropolitane forse, persino in un decennio, saremmo in grado di rivedere professionisti capaci di confrontarsi con i grandi temi del fare Architettura ed in grado di proporre anziché supinamente corrispondere.

Devi aver eseguito l’accesso per poter rispondere a questa discussione.